Le Centrali Nucleari non emettono CO2

 

Altra leggenda metropolitana alla quale peraltro sembrano crederci anche alcuni ambientalisti.

 

La produzione dell’uranio, oltre che essere una tipica attività mineraria, è una faccenda lunga e complessa. Prima bisogna estrarre il minerale uranifero che contiene mediamente lo 0,15% di Uranio. Poi quest’uranio va arricchito per aumentare la parte fissile che normalmente è dello 0,7% e che va innalzata almeno al 3,5%. Tutte queste lavorazioni comportano l’utilizzo di combustibili fossili, elettricità, enormi quantità di acqua, di acido solforico e infine di fluoro che è un gas altamente velenoso e provoca un effetto serra migliaia di volte più potente della CO2.

 

Solo le attività nel reattore non emettono CO2. Ma poi comincia la lunga e tormentata fase del ritrattamento del combustibile esausto, che dura decine e decine di anni con costi enormi in termini di uso di combustibili fossili ed elettricità per trasportarlo da un posto all’altro, riprocessarlo, condizionarlo, confinarlo in depositi provvisori, dato che in tutto il mondo non esiste ancora un deposito definitivo.

 

Ma vediamo alcuni numeri prendendo come riferimento un EPR da 1.600 MW, come quelli che si vorrebbero costruire in Italia. Per produrre 12.000 GWh all’anno occorre estrarre qualcosa come 6.000.000 di tonnellate di roccia che vanno prima macinati, poi diluiti con 1.400.000 metri cubi di acqua a cui bisogna poi aggiungere 22.000 tonnellate di acido solforico per il processo di conversione.

 

Alla fine si ottengono 355 tonnellate di Yellowcake, un ossido che contiene lo 0,7% di uranio fissile e 8 milioni di tonnellate di scarti, come dire una piramide di Cheope all’anno.

 

Poi quest’uranio va arricchito per portare la parte fissile, cioè l’Uranio 235, almeno al 3,5%. L’arricchimento avviene per centrifugazione trasformando l’uranio in gas, l’esafluoruro di uranio. Per fare questo servono 370 tonnellate di fluoro, gas molto leggero, altamente volatile e che alla fine del processo è altamente radioattivo, impossibile da smaltire e che comporta una onerosa gestione.

 

Finalmente si ottengono 40 tonnellate di Uranio combustibile in forma di Bi-Ossido di Uranio, oltre che 250 tonnellate di uranio impoverito, che poi tanto povero non è, dato che contiene ancora lo 0,3% di uranio fissile, quindi radioattivo.

 

Per tutto il ciclo si consumano 190.000 Tonnellate Equivalenti di Petrolio con l’immissione in atmosfera di 670.000 tonnellate di CO2.

 

Poca cosa, dato che ciò corrisponde a soli 56grammi di CO2/kWh. Se però consideriamo che la costruzione della centrale è responsabile dell’emissione di altri 12grammi di CO2/kWh e che la gestione delle scorie comportano un “debito” stimato tra i 30 e i 65grammi di CO2/kWh arriviamo a una cifra che oscilla tra i 96 e i 134grammi di CO2/kWh, circa un terzo delle emissioni di un ciclo combinato a gas.

 

Ma la pacchia dura fino a che dura la disponibilità di minerale con concentrazioni di uranio piuttosto elevate. Man mano che la purezza del minerale di uranio diminuirà, ci vorrà più energia fossile per estrarre l’uranio e le emissioni di CO2 arriveranno inevitabilmente a eguagliare le emissioni di una centrale a gas.

 

Vedi il Ciclo dell'Uranio